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“Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”
24 settembre 2018 * S. Pacifico da S. Severino
speranzaIl cristianesimo è stato, almeno per tutti i primi tre secoli della sua storia, quello che in termini sociologici può essere definito come un gruppo minoritario, anche se in forte crescita.
Ancora all’inizio del IV secolo, quando Costantino decise di "aprire" al cristianesimo assumendolo come cultura di riferimento per il suo progetto politico, la sua è stata una scommessa politicamente audace, perché puntava tutto su un’entità che era sì certamente rilevante in termini socioculturali, ma ancora nettamente minoritaria nel quadro complessivo dell’impero romano.

Pare quindi corretto un approccio alla storia cristiana dei primi tre secoli che sia principalmente interessato a cercare di capire come un gruppo minoritario gestisca il problema della sua sopravvivenza in un contesto culturalmente e socialmente estraneo, se non ostile, che inevitabilmente esercita su di esso una sorta di pressione osmotica intensa e permanente, quel senso di "assedio" a cui si riferisce Tertulliano: "cottidie obsidemur" (Apologeticum 7,4).

Siamo abituati a pensare che la condotta di gruppi minoritari in condizioni simili a quelle dei primi cristiani tenda normalmente a polarizzarsi su una di queste due direttrici opposte:

- o verso una crescente assimilazione ai modelli culturali prevalenti nell’ambiente di appartenenza;
- oppure, al contrario, verso un atteggiamento di crescente chiusura rispetto al mondo esterno, nei confronti del quale il gruppo mette in atto una sorta di arroccamento identitario.

Una manifestazione estrema di questo secondo atteggiamento, che si potrebbe anche classificare come una terza opzione, è quella che sfocia nel tentativo di uscire completamente dal contesto socioculturale in cui si è inseriti, attuando una qualche forma di secessione: collettiva (con la conseguente la ricerca di una nuova patria, una "terra promessa"), oppure individuale (attraverso l’anacoresi, la "fuga nel deserto").

Ebbene, lungo il corso dei primi tre secoli i cristiani non hanno fatto nessuna delle cose che abbiamo appena detto:

1) non si sono assimilati, perché se davvero fosse avvenuta una piena e completa assimilazione del cristianesimo all’ellenismo noi oggi non staremmo qui a parlare di esso come una realtà ancora esistente e ben distinta dall’eredità culturale greco-romana;

2) non si sono separati e autoreclusi in un mondo a parte e non hanno assunto la logica della setta (almeno per quanto riguarda il cristianesimo "mainstream": tendenze settarie vi sono state, ma hanno sempre preso, appunto, la via di neo-formazioni che, significativamente, hanno esercitato la loro critica separatrice anzitutto nei confronti della "grande Chiesa" compromessa con il mondo);

3) tanto meno hanno sognato e men che mai progettato un’uscita, una secessione, dal mondo romano.

Certo, a partire dalla fine del III secolo, col monachesimo si avrà nell’esperienza ecclesiale una forma di allontanamento dalla "polis" e di scelta del "deserto" che parrebbe configurarsi come un esempio di questa terza opzione. Essa però riguarda una élite di individui ed è una presa di distanza critica più che un abbandono della città. Il monaco esce sì dal contesto sociale urbano, ma mantiene con esso un rapporto molto stretto ed incisivo, perché intrattiene una relazione con gli altri cristiani che "restano nel mondo" e fa della sua stessa esistenza anacoretica un parametro di giudizio per tutti coloro che continuano a vivere nello spazio urbano.

Esiste però una quarta modalità di rapporto che un gruppo minoritario può intrattenere con il mondo che lo circonda e lo "assedia", ed è quella di entrare con esso in una relazione fortemente critica e di esercitare – anche in forza della propria capacità di mantenere compattezza e coerenza di comportamenti rispetto ai giudizi così elaborati – un’influenza culturale sulla società, che alla lunga può arrivare a metterne in crisi l’assetto generale.

La domanda fondamentale che ci dovremmo porre, dunque, non è: "Come hanno fatto i cristiani a conquistare l’impero romano?", bensì: "Come hanno fatto a vivere da cristiani in un mondo completamente non cristiano", cioè da loro percepito come estraneo e ostile a Cristo?

Il cristianesimo è stato effettivamente capace di realizzare, nell’arco di alcuni secoli, un vero cambiamento di paradigmi culturali – visione del mondo, modelli di comportamento, forme espressive –, acquisendo una posizione via via sempre meno marginale nello spazio pubblico e incidendo in esso in misura crescente.

Il cristianesimo nel mondo antico è così passato – nell’arco di circa tre secoli – dallo stigma di "exitiabilis superstitio", di mortifera superstizione invisa a tutti, al riconoscimento della sua piena plausibilità come fondamento religioso e culturale dell’impero rifondato da Costantino, senza bisogno che i cristiani fossero diventati nel frattempo la maggioranza e neppure una cospicua minoranza della popolazione.

È importante chiarire che, poiché "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,17), dal punto di vista cristiano la forma di questo giudizio non è né la condanna, né l’apertura indiscriminata, ma appunto la crisi.

Nel suo valore positivo di distinzione tra vero e falso, buono e cattivo, bello e brutto, utile e dannoso, basata sul paragone con un criterio, la crisi è infatti il giudizio che destruttura i sistemi chiusi, ne fa emergere le tensioni e le contraddizioni latenti, trasforma le relazioni interne tra gli elementi che li compongono e mette in discussione le regole del loro funzionamento: in una parola li verifica e li apre al cambiamento.

La possibilità della "krisis" dipende dal fatto storico dell’incarnazione del Figlio di Dio, che viene nel mondo, ma come altro dal mondo vi introduce un elemento di confronto, un criterio per l’appunto, di cui la sapienza umana sarebbe altrimenti sprovvista.

Può risultare utile ad illustrare questo concetto una citazione dalla prima delle Omelie sull’Esamerone di Basilio di Cesarea. In quel discorso il grande padre cappadoce osserva ad un certo punto che la sapienza mondana, cioè la scienza dei greci, è sì capace di misurare tutto il visibile ma, affascinata com’è dalla circolarità del movimento cosmico, non riesce a concepirne un principio nel tempo e così reputa che il mondo sia eterno perché "senza principio". Ciò che non conosce è: "In principio Dio creò". Aperta a una dimensione esclusivamente spaziale e chiusa a quella temporale, la filosofia della natura dei pagani è incapace di giudicare le vicende del mondo perché non può coglierne il senso: i suoi esponenti, infatti, sanno osservare, descrivere, contare e misurare tutto il mondo ma non hanno trovato un solo mezzo per arrivare a pensare Dio creatore dell’universo e giusto giudice, che assegna la giusta retribuzione per le azioni compiute; né per farsi un’idea della fine del mondo conforme alla dottrina del giudizio.

In altre parole, ciò che Basilio vuole dire è che senza principio (e conseguentemente senza fine) non è possibile la "krisis" del mondo, perché il mondo, eternamente uguale a se stesso al di là delle sue apparenze cangianti, non può essere messo a confronto con altro da sé, con qualcosa o Qualcuno che viene prima o viene dopo di esso, né che sta sotto o sopra di esso.

La "theologia physica" dei filosofi pagani non è perciò in grado di giudicare il mondo perché non ha un punto di appoggio esterno su cui far leva. Nell’incarnazione del Figlio di Dio, i cristiani ritengono invece di avere trovato il punto di appoggio che consente loro di attivare l’operazione critica.

È con questa coscienza della "forza critica" della creazione e dell’incarnazione che Tertulliano, più di un secolo e mezzo prima di Basilio, si accinge a giudicare la realtà del mondo che "assedia" il cristianesimo.

fonte: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/
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