Bioetica
“Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”
28 aprile 2017 * S. Valeria vergine
lazzaro V quaresima-600x250All'inizio della Quaresima pubblichiamo un articolo scritto da un amico.
Le pratiche di digiuno e astinenza dal cibo, utilizzate anche da organizzazioni, movimenti e partiti politici in diverse parti del mondo come casse di risonanza a sostegno di particolari iniziative, sono andate incontro nel mondo cristiano ad un progressivo scivolamento di significato, tale da farle ritenere “scioperi della fame cattolici”. Al di là di mere questioni semantiche, il rischio è di perdere di vista la peculiarità storica di una pratica antica di secoli e dotata di proprie specificità. Per questo motivo risulta opportuno ripercorrere brevemente la storia del digiuno cristiano, illuminandone alcune delle caratteristiche, senza dimenticarne le ragioni teologico-evangeliche che ne sono alla base, ma privilegiando in questa sede la componente storica.

Fra le prime esperienze che, all’interno della Chiesa, valorizzarono in maniera articolata e sistematica la pratica del digiuno è certamente da annoverare quella dei cosiddetti Padri del deserto, qualifica che rimanda alle molteplici realtà di monachesimo eremitico ed anacoretico, che dal IV secolo animarono i deserti dell’Egitto – in particolare nell’area di Alessandria –, della Palestina e della Siria. All’interno di una più generale elevazione ascetica sopra gli interessi mondani, vale a dire terreni, nel combattimento solitario del monaco l’astinenza – per lo più nella pratica di una ordinaria frugalità di vita e in giorni prestabiliti di una più completo digiuno – svolse un ruolo di primo piano.

Nel progressivo consolidamento dell’esperienza della vita monastica nelle sue forme comunitarie, cui si assistette fra il IV e il V secolo, soprattutto nelle sue elaborazioni in Asia Minore e in Occidente, con Benedetto da Norcia (480c.-547), la pratica di una codificata rinuncia al cibo, sempre più esplicata attraverso la consumazione di un solo pasto nell’arco della giornata, dopo il vespro, prima della preghiera comunitaria, ne ottenne una ulteriore valorizzazione, insieme al suo definitivo accoglimento all’interno delle usuali pratiche della vita monastica cenobitica.

Considerata l’importanza fondamentale che il monachesimo ebbe all’interno delle elaborazioni della Chiesa, in modo speciale nel periodo tardo-antico ed alto-medievale, in una generale fase di drammatica transizione dopo la fine delle certezze dell-epoca romana, non sorprende che la pratica del digiuno risulti precocemente valorizzata anche dagli episcopi. «Quanto sarebbe religioso il digiuno, se quello che spendi per il tuo banchetto lo inviassi ai poveri», ricorda il vescovo Ambrogio di Milano (De Nabuthae historia, X, 45), modello alto-medievale del pastore-patronus ecclesiastico, difensore dei pauperes Christi a lui affidati. Dello stesso tenore i pronunciamenti del vescovo di Ravenna Pietro Crisologo (380c.-450): «Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l’una dall’altra» (Discorsi, 43), per poi aggiungere: «Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare».

Naturalmente il successo del digiuno nel mondo cristiano deve molto alle numerose legittimazioni che a tale pratica si trovano nelle Sacre Scritture, in un’ottica secondo la quale «il digiuno dei cristiani trova il suo modello e il suo significato nuovo e originale in Gesù» (Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza, in Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana, 21 ottobre 1994, p. 200). Punto di riferimento in questo caso è il celebre passo del Vangelo secondo Matteo («Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», Mt 4, 4). I Vangeli indicano altresì i modi cristiani del digiuno (cfr. Mt 6, 16-18; Mc 2, 20). Numerosi riferimenti a pratiche di astensione dai cibi in preparazione all’incontro con Dio sono rinvenibili anche nell’Antico Testamento (cfr. Es 34,28; Dn 6,19; 1Re 19,8; Ger 36,6), con una particolare rilevanza di quelle comunitarie (cfr. 1Cr 10,12; 2Cr 20,3; Gl 2,15; Gn 3,5), con annessi spunti di giustizia sociale (cfr. Tb 12,8; Is 58,5-7).

Tale successo spiega anche il proliferare, durante l’intera epoca medievale e moderna, di interventi normativi miranti a codificare la pratica del digiuno da parte dell’autorità ecclesiastica, tanto centrale (Papi) quanto legata agli ordini di clero regolare (in forma di norme inserite nelle rispettive regole). Leggiamo ad esempio nel capitolo III della Regola bollata francescana (1223): «D’altra parte la quaresima santa […] quelli che volontariamente la digiunano siano benedetti dal Signore, e quelli che non vogliono non siano costretti. Però digiunino l’altra fino alla Risurrezione del Signore. D’altra parte in tempi di necessità manifesta i frati non siano tenuti al digiuno corporale» (Regola Bollata, in Gli scritti di san Francesco d’Assisi. Nuova edizione critica, a cura di in K. ESSER, EMP, Padova, 1995, p. 464).

Durante il medioevo si giunse alla codificazione di un discreto numero di giorni obbligatori di digiuno nell’arco dell’anno liturgico, fra i quali spiccavano le Quattro tempora (quattro serie di tre giorni di digiuno ciascuna), menzionate da papa Leone I (440-461) come «digiuno dei mesi [primo], quarto, settimo e decimo» (vale a dire dei mesi di marzo, giugno, settembre e dicembre secondo il calendario romano, all’inizio di ogni stagione), secondo una consuetudine che risulta già attestata nella prima metà del V secolo, se non già alla fine del IV, come evoluzione di una precedente organizzazione di Tria tempora.

Nell’età moderna la pratica del digiuno si mantenne viva, con tempi e modi differenti, nell’intera Cristianità cattolica ed Orientale, e troverà nell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo uno dei suoi modelli più significativi. Non poté non esserne coinvolta anche l’arte, con un florilegio di rappresentazioni di santi colti nell’atto di digiunare, dalle numerose raffigurazioni di san Girolamo al Trittico degli eremiti di Hieronymus Bosch (1493 c., Venezia, Palazzo Ducale), dalla pittura di Matthias Grünewald al seicentesco Digiuno di San Carlo Borromeo di Daniele Crespi (1625 c., Milano, chiesa di Santa Maria della Passione).

Un corposo intervento di revisione della pratica del digiuno si ebbe in occasione del Concilio Vaticano II e con la successiva Costituzione apostolica Paenitemini di Paolo VI (17 febbraio 1966), incentrata sulla penitenza cristiana, nell’ottica di un suo rilancio alla luce degli orientamenti del Concilio. Riprendendo lo spirito di attenzione ai poveri che sin dalle origini le era connesso, la Paenitemini rivalutò i legami fra la pratica del digiuno penitenziale e le numerose questioni di giustizia sociale ancora irrisolte su scala nazionale ed internazionale, rappresentate in maniera esemplare dallo sregolato consumo alimentare da parte dei Paesi economicamente più floridi.

Nella Costituzione apostolica trovano spazio anche indicazioni pratiche e teologico-morali sulle modalità del digiuno cristiano che, insieme al suo inserirsi nel solco dell’insegnamento evangelico e del magistero ecclesiastico, lo differenziano da altre pratiche di astinenza dal cibo, quali quelle aventi finalità di protesta, di adozione di particolari regimi alimentari o di dimagrimento, dotate di genesi e caratteristiche proprie. La Costituzione apostolica opera altresì una distinzione fra astinenza e digiuno: la prima «proibisce l’uso delle carni, non però l’uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento anche di grasso di animale» (PAOLO VI, Cost. apost. Paenitemini, 17 febbraio 1966), il secondo «obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera» (ivi).

Secondo le attuali prescrizione della Chiesa, digiuno e astinenza devono essere osservati dai fedeli il Mercoledì delle Ceneri (o il primo venerdì di Quaresima per il rito ambrosiano) e il Venerdì Santo, mentre la sola astinenza è prevista per tutti i venerdì di Quaresima e in tutti i venerdì dell’anno, salvo quelli coincidenti con una solennità. Sono tenuti ad osservare il digiuno tutti i maggiorenni (al tempo della Paenitemini la soglia della maggiore età era fissata ai 21 anni) fino al 60esimo anno d’età, e a praticare l’astinenza nei modi previsti tutti coloro che abbiano compiuto i 14 anni, fatte salve in entrambi i casi giuste ragioni di salute.

fonte: http://www.caffestoria.it/
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